Dopo la decisione dei cittadini della Gran Bretagna di lasciare l’Unione Europea lo scorso 23 giugno, le case d’asta principali si sono preparate al periodo più importante dell’anno, la settimana di aste d’arte contemporanea a Londra, in un clima di forte incertezza e confusione, derivanti dalle perdite sui principali mercati finanziari e dalla svalutazione della sterlina nell’immediato post-Brexit.

Londra rappresenta il più importante mercato europeo in campo artistico ed è il terzo al mondo, con il 65% di esportazioni nell’Unione Europea. Oltre 7.800 rivenditori britannici coprono più della metà del mercato dell’arte e dell’antiquariato europeo.  Il ruolo strategico di Londra ha permesso alla città di essere il centro di riferimento per i collezionisti europei e non europei. Ora il rischio è che molti collezionisti e investitori privati decidano di vendere le loro opere su altri mercati artistici, indebolendo l’offerta di opere d’arte di buona qualità per paura di vendere a prezzi minori delle stime. In precedenti situazioni di forte volatilità l’arte si è dimostrata essere una asset class resiliente, a causa della sua natura illiquida, divenendo un buon scudo in momenti di forti fluttuazioni sul mercato.

A causa della svalutazione della sterlina in queste settimane, comprare arte nella Gran Bretagna conviene nel breve ma gli esperti di settore si interrogano sugli effetti di lungo periodo. Nel segmento UHNW è difficile pensare che l’uscita dell’UK influenzi gli acquirenti, date le attuali ampie disponibilità di investimento e la ridotta attenzione verso le asset class finanziarie più tradizionali.

I problemi sorgeranno principalmente per le piccole gallerie d’arte e gli artisti che temono un impatto negativo sulle vendite e sui processi di acquisto. La rivisitazione delle regolamentazioni, la nuova tassazione sulle importazioni ed esportazioni extra UE e un carico d’IVA maggiore incideranno sulla marginalità dei ricavi e potrebbero portare a dilazionare i tempi di consegna delle opere, con conseguenti ricadute sulla logistica. Anche le fiere d’arte londinesi che vendono principalmente a compratori europei risentiranno delle prevedibili tassazioni addizionali e dalla maggiore burocrazia in termini trasporti da e per il Regno Unito, non solo nei periodi di fiere d’arte ma anche per le normali compravendite internazionali.

I primi effetti di Brexit sulle case d’asta si sono riscontrati il 24 giugno con l’asta di Phillips di arte contemporanea e del 20° secolo, prima di una settimana di aste di arte contemporanea internazionali. Ha realizzato un ricavo di 11,9 milioni di sterline da 31 lotti, con il 32% di invenduto. A giugno 2015 la stessa asta aveva generato ricavi per 18,2 milioni di sterline con il solo 16% di lotti invenduti.

L’asta di Sotheby’s tenutasi il 26 giugno, considerata la più volatile dopo Brexit, ha invece chiuso a 69,4 milioni di sterline, battendo all’asta la cifra record di 9,9 milioni di sterline per una sola opera. Solo 6 su 46 lotti sono rimasti invenduti e sono stati tanti i compratori non britannici, soprattutto Asiatici, che, tramite offerte telefoniche, hanno usufruito della perdita di valore della sterlina sui mercati. Tale performance ha permesso di calmare le inquietudini sorte dopo l’asta di Phillips.  Solo otto dei venditori ha rivisto i propri prezzi di riserva per vendere al di sotto delle stime. Lo scorso anno Sotheby’s aveva chiuso l’asta di arte contemporanea vendendo 57 lotti e ricavando 205 milioni di sterline.

Infine, l’asta di Christie’s su Post War & Contemporary Evening Sale tenutasi il 29 giugno ha realizzato un totale di vendite pari a 99 milioni di sterline con il 92% dei lotti in asta andati venduti. Di questi, il 50% è stato comprato per valori sopra le stime date in apertura d’asta. I compratori provenivano da oltre 39 paesi, a dimostrazione che la domanda di mercato per l’arte contemporanea è ormai globale e che questo segmento potrebbe subire i minori contraccolpi dall’uscita del Regno Unito nel breve-medio termine.