Le tecnologie digitali stanno trasformando sistematicamente ogni settore dell’economia: dall’industria musicale al retail. Ora è il segmento bancario a dover fronteggiare le c.d FinTech o innovazioni finanziarie. Inizialmente utilizzate per migliorare la produttività e la qualità dei processi back end, le tecnologie hanno trasformato il processo distributivo e stanno ora sorgendo attorno ad esse delle startup con elevate dotazioni di capitali che cercano di entrare sul mercato per competere con le grandi aziende. Oltre alla concorrenza di tali startup, la ridotta importanza degli sportelli fisici (c.d. atm) e l’esplosiva crescita dell’internet mobile stanno aumentando la pressione nel settore finanziario e causando una “digital distruption”. Secondo il report di CitiBank, gli investimenti Fintech sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi 10 anni, passando da 1,8 mld nel 2010 a 19 mld di dollari nel 2015.

fintech Source: Citibank Report “Digital Disruption: How Fintech is Forcing Banking to a Tipping Point”

Oltre il 70% del capitale investito si concentra nel settore dei pagamenti e si rivolge a creare servizi B2C per conti bancari di individui e piccole e medie imprese, due segmenti che pesano per oltre il 50% dei profitti delle istituzioni finanziarie.  Ciò non è inatteso, considerando il ruolo crescente degli smartphone nelle transazioni finanziarie.  Basti pensare a Paypal, metodo di pagamento online che ha rivoluzionato il modo di acquistare online perché permette di effettuare pagamenti rapidi senza inserire i propri dati personali su web, attirando anche i più diffidenti.  Sempre secondo il report, gli istituti finanziari americani finora dichiarano che i loro guadagni sono stati intaccati solo dell’1% grazie alle economie di scala e al forte rapporto con la clientela acquisita negli anni. Tuttavia, alcuni stanno iniziando ad aprire dei dipartimenti FinTech al loro interno in modo da riuscire ad innovare il proprio modello di business prima che le start up raggiungano a loro volta economie di scala. Non solo, se da una parte America ed Europa non sembrano dare rilevante peso ai nuovi concorrenti su mercato, nei paesi emergenti ci sono ottime possibilità di crescita per queste startup grazie ai fattori strutturali di queste economie. Infatti, l’alta percentuale di popolazione povera esclusa dai circuiti finanziari, lo scarso livello di penetrazione bancaria, l’alta incidenza di cellulari e la scarsità di infrastrutture istituite rendono paesi ultra popolosi come Kenya, Filippine, Somalia, Indonesia e India un bacino di risorsa per il mercato FinTech essendo meno vincolati da sistemi preesistenti. Qui gli strumenti finanziari online e le monete virtuali come i BitCoin possono soddisfare le esigenze di oltre 400 milioni di persone senza accesso al credito, risolvendo al contempo un problema di disparità sociale ed inclusione finanziaria. Si pensi alla M-Pesa di Vodafone che ha rivoluzionato il mercato del trasferimento di moneta in Kenya permettendo al cellulare di diventare un conto bancario con il quale trasferire denaro, pagare le bollette e acquistare prodotti dai negozi convenzionati. Le startup Fintech non stanno guadagnando terreno solo con modelli di business B2C ma anche sul B2B. Basti pensare ai livelli di accessibilità di acquisto che garantiscono anche su piattaforme e pacchetti di software per l’ottimizzazione di processi operativi. Una decina di anni fa sarebbero costati milioni di dollari in termini di installazione, licenze e assunzioni di tecnici IT specializzati.  Altro esempio è quello delle tecnologie blockchain che stanno rivoluzionando il mercato, permettendo di snellire i processi e ridurre i costi ed applicabili in diversi settori: dal trading al mercato dei capitali, dalla certificazione del credito ai derivati.

Tempi di decisione per le banche e gli istituti finanziari che dovranno innovare maggiormente affrontando contemporaneamente un periodo di esacerbamento delle normative post-crisi che richiedono maggiore liquidità e riserve di capitale, aumentando i costi finanziari. Inoltre, le normative Mifid e FCA aumentano notevolmente i costi operativi di compliance, riducendo il budget allocato nella ricerca e sviluppo e in nuove iniziative commerciali.