Lo sviluppo intercorso in questi ultimi anni nella rendicontazione non finanziaria ha contribuito a stimolare sempre più l’interesse degli investitori istituzionali per la cosiddetta crescita sostenibile. La sola “disclosure” economico finanziaria, rinvenibile solitamente nelle relazioni finanziarie costituite dalle trimestrali, semestrali e tipicamente dal bilancio d’esercizio, non sono più ritenute esaustive dalla comunità finanziaria al fine di comprendere e valutare correttamente il business model e le performance complessive di una società.

Stando alle ultime rilevazioni disponibili, fornite dal Global Sustainable Investment Alliance (GSIA), un’organizzazione che riunisce le principali associazioni specializzate nel monitoraggio degli investimenti socialmente responsabili (SRI), l’ammontare complessivo del volume degli assets investiti nella finanza cosiddetta “sostenibile” ammonterebbe al 31 dicembre 2018 a circa 30,7 trilioni di dollari, cresciuti di circa il 35% rispetto alla precedente rilevazione del 31 dicembre 2016, quando la massa di tali investimenti aveva raggiunto circa 22,8 trilioni di dollari. L’Europa si colloca al primo posto con circa il 46% degli investimenti sostenibili (14,1 trilioni di dollari), seguiti dagli Stati Uniti con circa il 39% (12 trilioni di dollari) e poi dal Giappone (2,2 trilioni di dollari). Fanalino di coda sono il Canada (1,7 trilioni di dollari) e l’Australasia (0,7 trilioni di dollari). Le fil rouge che sembrerebbe emergere dall’analisi di tale report (“2018 Global Sustainable Investment Review”), a cui si rimanda per informazioni più particolareggiate sul sito dell’organizzazione (http://www.gsi-alliance.org), è rappresentato dal fatto che il trend di tali investimenti è in continua e forte crescita in tutte le aree geografiche considerate.

Nell’ambito finanziario i temi legati alla rendicontazione non finanziaria stanno conquistando un ruolo sempre più centrale, basti pensare che appena cinque anni fa solo il 20% delle società che facevano parte dell’indice di Borsa statunitense S&P500 stilavano un bilancio di sostenibilità, mentre oggi tale percentuale è prossima al 98%.

Cercheremo pertanto di indagare brevemente in che modo la rendicontazione sulla sostenibilità si sia evoluta nel tempo, quali impatti ciò sta avendo sulla gestione dei rischi aziendali ed infine quali possibili cambiamenti gli investitori si aspettano da questo nuovo fenomeno.

Excursus storico e normativo sulla sostenibilità d’impresa

Gli attuali framework di riferimento sulla rendicontazione sostenibile nascono negli anni ’90, quando alcuni gruppi della società civile e di alcune amministrazioni governative si sono cimentate nel tentativo di illustrare ai diversi stakeholders il loro impatto ambientale sulle comunità in cui operavano. Nel 2000, il Global Reporting Initiative (GRI) ha iniziato la pubblicazione delle prime linee guida sugli standard relativi alla rendicontazione di sostenibilità. Nell’anno successivo il World Business Council for Sustainable Development (WBCSD) e il World Resources Institute (WRI) avevano rilasciato il primo protocollo internazionale sui gas serra (“Greenhouse gas protocol”). Sempre in quel periodo si è assistito alla costituzione volontaria di diverse organizzazioni non profit indipendenti tra le quali segnaliamo il Global Compact delle Nazioni Unite e il CDP (ex “Carbon Disclosure Project”), che avevano tra le proprie finalità quelle di favorire la diffusione di metriche comuni orientate ad informare a livello globale, l’impatto ambientale derivante della gestione delle attività economiche d’impresa.

A partire dalla crisi finanziaria del 2008 si sono via via aggiunti nuovi standard di riferimento e nuove organizzazioni che hanno avuto lo scopo di aiutare le aziende e gli investitori a sviluppare una migliore comprensione dei rischi e dei benefici cosiddetti di responsabilità sociale d’impresa, comunemente definiti ESG (“environmental, social and governance”) o fattori non-finanziari.

Da un punto di vista terminologico e senza la pretesa di essere esaustivi, potremmo definire il primo componente, quello legato al tema “ambientale” o “environmental”, relativo alle scelte aziendali in merito allo sfruttamento oculato o meno delle risorse naturali (per esempio l’utilizzo di energia rinnovabile, l’emissione di gas serra e il cambiamento climatico); la componente “sociale” o “social/society” riguarda invece il rispetto delle condizioni lavorative dei dipendenti e dei collaboratori aziendali, nonché i rapporti con il territorio di riferimento e/o la comunità locale in cui è inserita l’azienda; infine l’ultimo pilastro, ovvero il “governo societario” (“governance”), rappresenta in estrema sintesi il livello di trasparenza e di correttezza nella gestione di una società, come ad esempio il rispetto della diversità di genere all’interno dell’organo amministrativo, la lotta alla corruzione, la politica retributiva stabilita per l’alta direzione e il top management, etc.

In questi ultimi anni l’accresciuta consapevolezza da parte degli operatori del mercato sui temi ESG hanno determinato l’insorgere sia della nascita di nuovi standard di riferimento sia degli interventi normativi che hanno cercato di regolare la tematica. In riferimento al primo aspetto possiamo considerare che per esempio nel 2010 si è costituito l’International Integrated Reporting Council (IIRC), ovvero uno dei più influenti ed autorevoli enti mondiali nel campo della reportistica aziendale, costituito da organismi regolatori, investitori, aziende, enti normativi, professionisti operanti nel settore della contabilità e ONG. Tale organismo è un fautore della completa e totale integrazione delle relazioni finanziarie con quelle non finanziarie attraverso la redazione di un report integrato, comunemente definito bilancio integrato. Nel 2011 si è invece costituito il SASB (Sustainability Accounting Standard Board) la cui mission è quella di stabilire, secondo un criterio di materialità, degli standard ESG specifici per i diversi settori economici in cui le aziende operano (“industry-specific”), al fine di facilitare la comunicazione tra imprese e mondo finanziario. Anche il progetto EPIC (“Embankment Project for Inclusive Capitalism”) ha riunito i principali leader di investitori e società con il deliberato intento di definire delle metriche per misurare le attività che creino valore nel lungo termine, ritenendo che il sistema capitalistico debba essere più dinamico, sostenibile ed inclusivo. Non possiamo infine non ricordare quanto avvenuto pochi giorni fa, ad agosto, quando l’associazione “The Business Roundtable” costituita da circa 200 tra le maggiori multinazionali americane hanno sottoscritto un manifesto nel quale si sostiene che la massimizzazione dell’utile aziendale non deve essere più l’unico scopo dell’impresa, ma che esso deve essere perseguito tenendo anche conto del benessere degli altri stakeholder che gravitano intorno all’azienda (lavoratori, comunità locali, clienti, fornitori etc.), ovvero i temi ESG di cui sopra.

Anche dal punto di vista normativo i temi della rendicontazione ESG hanno subito in questi ultimi anni una forte impennata. In Italia per esempio possiamo ricordare che con il D. Lgs. 30 dicembre 2016, n. 254, entrato in vigore il 25 gennaio 2017, si è data attuazione della direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo, avente ad oggetto la “disclosure” di informazioni di carattere non-finanziario e di informazioni sulla diversità di genere, da parte di imprese e gruppi di grandi dimensioni. In estrema sintesi tale decreto ha previsto che a partire dall’esercizio 2017, gli enti di interesse pubblico (EIP) di più grandi dimensioni rendicontino specifiche informazioni non finanziarie all’interno di una dichiarazione di carattere non finanziario o “dichiarazione non finanziaria” (DNF), secondo quanto previsto nel decreto stesso. Tale DNF, nella prospettiva del legislatore, vuole essere uno strumento fondamentale per gestire la transizione verso un’economia globale sostenibile, coniugando redditività a lungo termine, giustizia sociale e protezione dell’ambiente, mentre dal punto di vista aziendale può diventare un ottimo strumento di comunicazione della capacità della società di raggiungere un adeguato bilanciamento tra responsabilità sociale e capacità di creare valore nel lungo periodo. Il successo di tale rendicontazione, si verificherà se e solo se, la DNF non verrà percepita come l’ennesimo orpello a cui l’impresa deve sottostare (“compliance view”), ma invece quale possibile strumento di comunicazione dell’abilità dell’azienda di differenziarsi dagli attori di mercato meno sensibili o meno capaci su tali tematiche in modo da potersi assicurare un vantaggio competitivo (“opportunity view”).

Anche il tema della finanza sostenibile è stato oggetto di recenti spinte da parte della Commissione europea che ha incaricato un gruppo di esperti, (HLEGHigh-level expert group on sustainable finance”) di mettere a punto la tassonomia, ovvero i criteri di classificazione per definire ciò che è sostenibile da ciò che non lo è, permettendo così la creazione di “marchi UE” per i prodotti finanziari verdi, in modo tale che gli investitori riescano ad individuare in modo agevole gli investimenti che rispettano i criteri ambientali o di basse emissioni di carbonio (benchmark sul “low carbon emission”) e sull’emissione delle obbligazioni verdi (“green bond”). Proprio questi ultimi sembrano essere gli strumenti finanziari più interessanti e su cui stanno puntando molte società quotate, soprattutto quelle appartenenti al settore delle utilities. Alla fine di agosto 2019, sulla base dei dati forniti dal CBI (“Climate Bonds Initiative”), la più importante associazione che monitora il segmento finanziario dei green bond, sono stati emessi più di 150 miliardi di dollari di tali obbligazioni. Per l’intero 2019 si stima di poter raggiungere la quota di 250 miliardi di dollari, mentre nel 2018 le emissioni di “obbligazioni verdi” avevano toccato il valore di circa 171 miliardi di dollari. Alla platea degli strumenti finanziari socialmente responsabili (fondi etici, Etf specializzati, green bond, etc.) sono molto interessati sia gli investitori istituzionali come fondi pensione, assicurazioni e fondazioni, sia i risparmiatori. A inizio 2019 in un report di Greenwich Associates a cui hanno partecipato più di 120 investitori istituzionali, la metà di essi aveva dichiarato di voler investire il 50% del patrimonio sulla base dei criteri ESG nei prossimi 5 anni, mentre sul fronte dei risparmiatori italiani per esempio, una recente indagine condotta da Finer per Assogestioni ha rilevato che i clienti mass-market (10-50 mila euro di investimenti), quasi più del 90% di questi soggetti che rappresentano circa 17 milioni di individui, considerano il cambiamento climatico in corso quale la causa principale alla maggiore sensibilità sulla tematica degli investimenti sostenibili.

L’importanza della gestione dei rischi “ESG”

Assodato quindi che scopo di lucro e sostenibilità non sono e non devono essere considerati concetti antitetici, rimane quindi utile ricordare che esistono investitori finanziari (i c.d. “fondi etici”) che istituzionalmente non possono investire in iniziative non sostenibili, quali, per esempio, la produzione di armamenti, di sigarette o il gioco d’azzardo (cosiddetto fenomeno dello “screening negativo”). Molto spesso questi investitori si dotano di regole statutarie che indirizzano le loro politiche di investimento verso entità dotate di un rating di sostenibilità. D’altro canto non dimentichiamo che esiste una vasta platea di clienti finali interessati a beni prodotti secondo certificati standard etici. A titolo esemplificativo, è opportuno menzionare la crescente attenzione che i consumatori pongono alle caratteristiche di sostenibilità dei prodotti che intendono acquistare; le loro decisioni d’acquisto sono infatti spesso fortemente influenzate dal fatto che i prodotti non siano frutto di attività di sfruttamento del lavoro minorile o di animali, siano prodotti a “Km zero”, piuttosto che biologici, siano il risultato di attività che non depauperano l’ambiente o che bruciano risorse non rinnovabili.

Nel report del World Economic Forum pubblicato nel 2019 sui principali rischi aziendali, (“Global Risk Report 2019 14^ Edizione”) emerge che tre dei cinque “top risks” in termini di probabilità e quattro su cinque dei “top risks” in termini di impatto sono riconducibili a fenomeni ESG. I rischi aziendali legati ad eventi metereologici particolarmente estremi, il possibile fallimento delle politiche relative alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici, i rischi di “inazione” su tale fronte, i disastri naturali, sono in cima ai principali rischi che le aziende devono gestire. Tali eventi possono infatti influire negativamente sulla redditività dell’azienda e sul suo successo e in alcuni casi possono minare addirittura la sopravvivenza dell’organizzazione stessa. Questo scenario si è profondamente modificato rispetto, per esempio, al medesimo report prodotto dieci anni addietro. Nel 2009 infatti i “top risks” erano essenzialmente rappresentati da rischi tipicamente economici legati per esempio al crollo dei prezzi degli assets, piuttosto che da una crescita dell’economia cinese inferiore al 6%.

Il trend che pertanto è ragionevole ipotizzare consiste nel fatto che le imprese che saranno capaci di ridurre l’esposizione ai rischi ESG, avranno maggiore facilità di accesso ai mercati dei capitali finanziari e sosterranno un costo del credito e del finanziamento in capitale di rischio meno elevato dei competitor che si dimostreranno meno solleciti sul tema. Si verificherà pertanto, se già non lo stiamo vivendo, un periodo di crescente pressione della domanda da parte degli investitori istituzionali e della comunità finanziaria in generale, verso le aziende più “ESG oriented”. Basti pensare che già oggi molti investitori, tra cui il principale fondo d’investimento mondiale, BlackRock, hanno iniziato a dotarsi di metodologie per la valutazione dei rischi ESG. In estrema sintesi, sarà sempre più probabile che gli investitori finanziari più qualificati, a parità di altri fattori, preferiranno investire in società che meglio gestisco i rischi ESG.

Alcune considerazioni conclusive

Tutto quindi così semplice e chiaro? Purtroppo le cose non stanno esattamente così. Il fenomeno sopra riportato sta in parallelo spingendo lo sviluppo del mercato dell’informazione ESG, che rimane comunque ancora non sempre così chiara e trasparente e suscettibile di fenomeni di “greenwashing”, ovvero di comportamenti molto opportunistici da parte delle aziende a comunicare risultati ESG effettivamente mai conseguiti o non veritieri. Gli investitori che si stanno muovendo in questo ambito lamentano, per esempio, la scarsa correlazione tra risultati ESG e performance finanziaria, la difficile comparabilità tra gli indicatori utilizzati da una società ed un’altra magari del medesimo settore di riferimento, l’eccessiva proliferazione di standard di utilizzabili, una scarsa presenza nei consigli di amministrazione e nelle società di professionalità e competenze specifiche su tali temi.

Insomma il quadro di riferimento è tuttora in divenire e la strada da fare è ancora molta, ma forse una nuova sfida sembra essere stata lanciata: l’obiettivo di un’azienda non consiste solo nel fare utili, diviene altrettanto importante capire in che modo questi utili vengono generati. Non mi sembra un cambio di paradigma di così poco conto. Chi vivrà vedrà.

Contributo a cura di Giorgio Venturini, Partner Gotha Advisory SpA

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