Donald Trump, ancora una volta, ha chiesto alla FED una politica monetaria più espansiva. Trump ha anche esplicitamente parlato di ripresa del “quantitative easing”, proprio il giorno in cui venivano pubblicate le statistiche relative al mercato del lavoro che disegnavano un quadro molto positivo della situazione, con un forte aumento dei posti di lavoro e dei salari a marzo. Un dato quest’ultimo che ha allentato i timori  di un rallentamento degli Stati Uniti. Il “timing”  delle dichiarazioni non è stato dei migliori e ha provocato una serie di accese critiche da parte del mondo economico e finanziario,  soprattutto perché è avvenuto dopo l’annuncio fatto da Trump di proporre Herman Cain, repubblicano e suo sostenitore, e Stephen Moore, già consigliere della sua campagna elettorale nel 2016, come futuri membri del consiglio della Fed. Senza mettere in discussione le competenze dei due candidati, quello che preoccupa è la scelta di nominare due uomini che non sembrano offrire particolari garanzie di indipendenza per il ruolo che andranno a ricoprire e che, di recente, hanno rivisto le proprie posizioni in materia, allineandole a quelle del presidente.

I commenti del presidente mettono la Fed in una situazione di imbarazzo visto che, dopo i quattro rialzi passati, i membri del FOMC stanno discutendo al loro interno quale potrebbe essere la direzione delle scelte future. L’indipendenza della Fed è sancita dalla legge, ma  il Congresso ha il potere di modificare la legislazione che la regolamenta, rivederne il mandato e l’amministrazione in carica può proporre dei nominativi per i membri del Consiglio, presidente incluso. I tentativi della politica di influenzare l’attività delle banche centrali non sono casi isolati, ma possono costituire un vero e proprio rischio per l’equilibrio del sistema economico e finanziario di un Paese. Rendere strumentali le scelte di politica monetaria ad un progetto politico significa inficiarne l’efficacia e, soprattutto, mettere in pericolo la stabilità economica. E’ molto probabile che le interferenze di Trump rimangano tali e che l’indipendenza della Fed, alla fine, non venga compromessa perché, se così non fosse, ci sarebbe il rischio di vedere una reazione scomposta dei mercati finanziari, con un aumento del “term premium” e un irripidimento della curva tassi.

Intanto la Fed, alla riunione dell’ultimo FOMC, ha deciso di confermare la propria politica monetaria, dando indicazioni che non alzerà i tassi d’interesse per tutto il 2019. I Fed Funds rimarranno nel range tra il 2,25% e il 2,5%, mentre si continuerà a procedere a una riduzione del bilancio, anche se da maggio in modo più contenuto, per poi raggiungere un livello di stabilizzazione dello stesso a settembre, in anticipo sulla tabella di marcia. Contestualmente sono state abbassate le stime di crescita dell’economia americana, portandole dal precedente  2,3% all’attuale 2,1%. La pausa, in termini di politica monetaria, era attesa ma, probabilmente, non lo era la cautela che ha permeato le considerazioni generali.  Le attese relative all’inflazione rimangono costanti al 2%, con la disoccupazione sotto il tasso di equilibrio.

L’outlook continua ad essere positivo, i fondamentali dell’economia rimangono forti, ma il FOMC resterà paziente del determinare quale futuro aggiustamento dei target sui Fed Funds potrà essere appropriato. Un segnale quest’ultimo che indica un generale ammorbidimento della linea della Banca centrale, forse preoccupata per i segnali di rallentamento dell’economia globale. Il mercato dei futures, alla fine del primo trimestre, scontava un taglio dei tassi nel 2019 e un altro nel 2020.

Probabilmente la curva dei rendimenti dei titoli obbligazionari americani sconta già queste decisioni, mentre la volatilità rimane contenuta e sembrerebbe sottostimare la possibilità di un repentino rialzo dei tassi.

Si è quindi interrotto il processo di normalizzazione dei tassi? Prematuro dirlo, ma le dichiarazioni fatte dal governatore Powell fanno pensare che il cambiamento di atteggiamento della Banca centrale riveli una cautela superiore al rallentamento indicato dai i dati economici.