Ogni investitore mira a non subire perdite nel breve periodo, allo stesso tempo incrementando il proprio patrimonio nel tempo. Tali obiettivi sono contemporaneamente non conciliabili: perseguendo l’uno è inevitabile rinunciare all’altro.

L’industria del risparmio gestito, per sua convenienza, tende ad assecondare questa contraddizione, proponendo all’investitore portafogli costruiti con una logica “assets only”, basata sulla chimera della performance assoluta e perseguendo soluzioni standardizzate.
Il punto di partenza di una corretta organizzazione degli investimenti è invece determinare a cosa serve il proprio patrimonio. Un investitore privo di obbiettivi è paragonabile al marinaio che viaggia senza mete, per cui non esiste un vento favorevole.

In questo contesto, la più valida alternativa all’approccio “assets only” fino ad oggi seguito dall’industria del risparmio gestito, è rappresentata dal “liability driven investing” (LDI). Questa strategia si è diffusa nel corso degli anni ’90 nell’ambito istituzionale (fondazioni, fondi pensione, fondi patrimoniali, ecc.) e si fonda sul concetto che la struttura dell’attivo deve essere tale da assicurare la miglior copertura possibile ai propri impegni futuri (liabilities). Ogni investitore ha obiettivi ed esigenze che gli sono propri, ne consegue necessariamente che il suo portafoglio debba differenziarsi, nel disegno e composizione, dai portafogli di altri investitori.

Si noti bene come solo la coerenza tra l’orizzonte temporale degli investimenti e il tempo di manifestazione degli impegni futuri può mettere l’investitore al riparo dal rischio di dover vendere/prelevare nel momento meno opportuno, realizzando una perdita permanente. Sempre grazie al sincronismo temporale tra investimenti ed obbiettivi, la volatilità di periodo del portafoglio o degli strumenti che lo compongono non impatterà l’investitore che adotta l’approccio LDI. Il rischio, infatti, non può essere più identificato con la volatilità, che può essere anzi amica dell’investitore di medio lungo termine, bensì con la probabilità di non raggiungere l’obiettivo prefissato in sede di pianificazione.La metodologia LDI non ha a che fare con l’abilità del gestore di battere o meno il proprio benchmark, bensì, attraverso il governo ottimale dei flussi in entrata e in uscita, ha il compito di prevenire l’erosione della propria ricchezza, la cui conservazione nel tempo è il vero obbiettivo.L’approccio del LDI prevede essenzialmente la creazione di due portafogli “dedicati”:

  • Il primo, cosiddetto portafoglio reddito, ha il ruolo di proteggere le necessità con il compito di coprire con certezza una parte degli impegni, tipicamente quelli di breve e medio termine, sarà composto da singole obbligazioni di elevato merito di credito. Con l’aiuto di sofisticate piattaforme analitiche ed i loro algoritmi ottimizzatori è possibile identificare il portafoglio obbligazionario che, tra cedole e scadenze, sia in grado di: a) generare i flussi di cassa corretti per scadenze ed importi e b) a parità di merito di credito, impegnare il minor importo possibile. Poiché la durata degli investimenti è allineata a quella degli impegni, il temporaneo rischio di tasso viene neutralizzato: infatti se ad un rialzo dei tassi ne consegue una flessione nei prezzi delle obbligazioni selezionate, dall’altra parte del bilancio familiare si verificherà una corrispondente riduzione del valore attuale dei flussi in uscita previsti. Oltre al rischio di tasso, si minimizzano il rischio default e di inflazione.
  • Il secondo, cosiddetto portafoglio crescita, ha il ruolo di realizzare le aspirazioni per il lungo termine, con il compito di produrre una ricchezza maggiore rispetto al portafoglio reddito su un dato orizzonte temporale (es: 5 anni). Sarà composto da attività con diversi e maggiori profili di rischio il cui obbiettivo potrebbe essere ricostituire il capitale in termini reali. E’ evidente che questa porzione, fino all’esaurimento dell’orizzonte temporale previsto, non dovrà essere interessata da prelievi da parte dell’investitore.

Esistono nell’utilizzare l’approccio LDI altri importanti vantaggi, spesso trascurati.

Controllo dell’alea: poco si parla del cosiddetto rischio sequenza a cui l’investitore si espone quando adotta l’approccio tradizionale di asset only. Si tratta dell’impatto negativo che l’ordine (sequenza) con cui si presentano i rendimenti nel tempo {es:(α) [+7%, +2%, -3%, -4%]; (β) [-4%, -3%, +2%, +7%]}può avere sul portafoglio. Infatti in assenza di prelievi o conferimenti, il diverso ordine α o β non influenza in alcun modo il risultato finale ottenuto dall’investitore. Al contrario in presenza di flussi in uscita (in entrata), il rendimento medio ottenuto rimarrebbe lo stesso nei due casi (α e β), ma non la ricchezza finale, che risulterebbe inferiore nel caso β rispetto al caso α (e viceversa). L’approccio LDI, mediante l’utilizzo dei portafogli dedicati, neutralizza interamente questo rischio.

Comportamenti disciplinati: nel creare chiarezza nella relazione tra investimenti e obbiettivi, l’approccio LDI permette di identificare meglio la tolleranza al rischio dell’investitore: attraverso la minimizzazione del bias di avversione alle perdite, si adotta un’orizzonte di lungo termine e quindi si alloca una porzione maggiore, rispetto alle alternative, al portafoglio crescita. Grazie alla pianificazione olistica si possono minimizzare i biases comportamentali, di natura emotiva, e raggiungere più facilmente il risultato atteso.

In conclusione, il LDI permette all’investitore di concentrarsi, anziché sulla effimera ricerca della sovra-performance e tutte le sue controindicazioni come nel caso dell’approccio tradizionale assets-only, sulla propria ricchezza finale e la sua massimizzazione, obbiettivo che si può raggiungere grazie al fatto che ogni porzione del portafoglio si focalizza su ciò che sa fare meglio: proteggere ciò di cui si necessita l’uno, e ottenere i propri “desiderata” l’altro, evitando dannose sovrapposizioni.

Contributo a cura di Panrhema – Società di Consulenza Finanziaria