E’ stata da poco pubblicata la classifica dei billionaires secondo Forbes e Warren Buffett, noto imprenditore ed economista statunitense, è stato giudicato il terzo uomo più ricco del mondo, con un patrimonio di oltre 65 miliardi di dollari. Il segreto per un tale successo è un approccio nei confronti dell’investimento finanziario che gli ha permesso di sperimentare un rendimento annuo del 21,6%, dal 1964 ad oggi: il value investing.

value investing

Da sinistra. Charlie Munger, Warren Buffett

L’abitudine di spendere una quota significativa del proprio tempo a leggere ed apprendere ha permesso infatti a Warren Buffett di essere considerato la migliore macchina di apprendimento del mondo e di approfondire minuziosamente la conoscenza delle aree all’interno del suo “circolo di competenza”. Buffett investe solo nei business che comprende e di cui è in grado di prevedere l’evoluzione nei prossimi 10 anni, evitando industrie troppo competitive o soggette a continui cambiamenti tecnologici evitando in tal modo di essere preda della volatilità di breve periodo, e focalizzandosi nel non perdere il capitale investito tramite il possesso prolungato della partecipazione.

Il metodo d’investimento utilizzato da Buffett si contraddistingue in primis per il lungo periodo di possesso della partecipazione ma il fattore discriminante va ricercato nel ragionamento ex-ante la scelta delle partecipazioni da acquistare. L’approccio “value investing” porta un investitore a ricercare azioni che hanno prezzi bassi in relazione a vendite, capitale circolante netto e valore contabile delle società. Il value investing prevede la costante ricerca di società solide ma temporaneamente svalutate attendendo che il prezzo delle azioni si riallinei al valore intrinseco del titolo.

Una strategia considerata soprattutto nel passato agli antipodi rispetto all’approccio value è quella del growth investing, che porta l’investitore a preferire i titoli con prospettive di crescita nel breve periodo superiori alla media. Per tale motivo i tassi P/E e P/B di un investimento growth e di conseguenza il prezzo del titolo risulteranno più alti della media, pur non avendo uno storico di solida crescita degli utili.

La discussione tra investimento basato sulla crescita e sul valore, una tra le più antiche all’interno della finanza, può essere riassunta in una domanda: è più redditizio detenere scorte in stock ad alta crescita o in stock sottovalutati?

Durante gli ultimi decenni del XX secolo, quando diventarono disponibili dati approfonditi sull’andamento dei mercati finanziari e la potenza di calcolo per elaborarli, il “premio al valore” è stato considerato uno dei pilastri della finanza. Osservando i dati compilati da due ricercatori finanziari francesi durante il secolo scorso, emerge infatti che il bottom 30% dei titoli statunitensi hanno sperimentato un ritorno annuo medio del 13,7% per gli investitori nel periodo compreso tra il 1926 e il 1995; al contrario il top 30% per prezzo ha sperimentato a condizioni analoghe ritorni per il 9,6%. Questi dati confermerebbero la tesi del trionfo del value investing, superando per rendimento i titoli più costosi il 91% delle volte nel corso del periodo osservato. E’ lecito dunque chiedersi cosa sia successo in seguito. Tenendo presente la possibilità dell’aumento dell’utilizzo dei titoli value tra gli investitori, che potrebbe aver contribuito a ridurre il gap, risulta peculiare la tendenza di fine anni novanta a favore di titoli in rapida crescita basati su aziende tecnologiche e IT. Questa inversione di tendenza ha comportato un margine di 12,9 punti percentuali nel periodo 1996-99 tra l’indice S&P value e S&P growth, a favore di quest’ultimo. Negli ultimi quindici anni, i ritorni conferiti dai due approcci si sono avvicendati dividendosi il ruolo di modello di investimento performante: il periodo dal 2000 al 2007 è stato appannaggio del value investing e successivamente, fino al 2015, l’indice S&P growth ha segnato un risultato medio superiore.

Forse piuttosto che parlare di contrapposizione, sono sempre in numero maggiore gli investitori che considerano i due approcci complementari, e lo stesso Warren Buffett, riconoscendo l’influenza del pensiero di Charlie Munger, ha affermato: “Growth and Value Investing are joined at the hip”.