Il nuovo manifesto dello WEF

Il 2020 è il cinquantesimo anniversario della nascita del World Economic Forum(WEF). Nell’occasione, Klaus Schwab, chairman e fondatore del WEF, ha deciso di stendere un nuovo manifesto, che sostituisce quello del 1973, dove sono riformulati i i principi guida dell’iniziativa.

In esso Klaus Schwab sostiene che lo scopo di una impresa è quella di  “coinvolgere tutte le parti interessate nella creazione di valore condiviso e sostenibile”.  Un’impresa non è solo un’entità economica che genera ricchezza. Essa soddisfa le aspirazioni umane e sociali all’interno di un più ampio sistema sociale. La sua performance deve essere misurata non solo in termini di ritorno  per gli azionisti, ma anche su come raggiunge i suoi obiettivi ambientali, sociali e di governance. Inoltre, la remunerazione del top management dovrebbe riflettere la responsabilità delle parti interessate. Se l’impresa è una multinazionale, non deve servire solo tutte le parti interessate, direttamente coinvolte, ma deve comportarsi essa stessa come  parte interessata, insieme ai governi e alla società civile. Le sue competenze chiave, la sua imprenditorialità, le sue capacità e le sue risorse devono essere usate per migliorare le condizioni a livello globale.

Nel manifesto c’è poi un’affermazione che attirerà sicuramente l’attenzione dei partecipanti al WEF ed è quella relativa  all’ “executive remuneration should reflect stakeholder responsibility”, aspetto che, sino ad ora, come rileva il Fianancial Times (https://www.ft.com/content/ba846d82-162e-11ea-9ee4-11f260415385) non ha trovato ancora molto spazio all’interno della discussione relativa alle tematiche ESG in materia di remunerazione dei consigli di amministrazione delle aziende.

Il documento si fa portavoce di una serie di linee di principio che, nella realtà, necessitano ancora di essere esplicitate e tradotte in regole, parametri e, soprattutto, usando un linguaggio condiviso. Il rischio è che i vari soggetti coinvolti possano trovarsi a competere sull’identificazione di quali standard debbano essere comunemente adottati in materia di sostenibilità, che sta  diventando sempre più un fattore distintivo e necessario per tutte le tipologie di business.  

Lo scorso agosto la stessa US Business Roundtable (importante associazione senza scopo di lucro con sede a Washington, DC, i cui membri sono amministratori delegati delle principali società statunitensi) ha confermato il forte l’impegno delle imprese nei confronti degli stakeholder e shareholder. Tutto questo è avvenuto in un contesto in cui gli investimenti secondo criteri ESG sono cresciuti a livello esponenziale. Gli investimenti globali sostenibili ora superano i 30 trilioni di dollari, con un aumento del 68% dal 2014 e dieci volte dal 2004. Tale accelerazione è stata trainata dalla consapevolezza di come questi fattori abbiano un significativo impatto nella gestione delle imprese e come l’adozione dei fattori ESG possa salvaguardare il successo a lungo termine di un’azienda.

L’Europa sembra poi aver assunto un ruolo da protagonista nel campo della sostenibilità e, al fine di fare chiarezza sull’argomento, la Commissione europea, attraverso un comitato ad hoc (il Technical Expert Group)  ha redatto una relazione tecnica sulla tassonomia relativa alle attività sostenibili. La relazione stabilisce le basi per una futura tassonomia dell’UE e contiene:

  • i criteri di screening tecnico per 67 attività in 8 settori che possono dare un contributo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici;
  • una metodologia ed esempi funzionanti per la valutazione del contributo sostanziale all’adattamento ai cambiamenti climatici;
  • orientamento e case study per gli investitori che si preparano a utilizzare la tassonomia.

I governi europei, ad ottobre, hanno però optato per posporre l’implementazione della tassonomia UE di due anni, al 2022. La decisione non aiuta a dare delle risposte concrete a chi richiede maggior chiarezza in termini di definizione di investimenti sostenibili, attraverso una armonizzazione dei parametri di riferimento. Sul tema rimangono diverse opacità come, ad esempio, la discussione che ha visto contrapposta la Francia a Germania, Lussemburgo e Austria sulla inclusione  o meno dell’energia nucleare tra le attività sostenibili.

L’auspicio è che il consenso creatosi attorno a questi temi trovi delle declinazioni concrete, che permettano di fare dei confronti con parametri omogenei e che diventino dei veri e propri “incentivi” ad adottare le best practice in materia. Forse il nuovo manifesto del WEF diventerà uno spunto di riflessione durante il prossimo incontro annuale a Davos e un’occasione per elaborare delle soluzioni che, adottando lo stesso linguaggio, trovino sempre più un consenso a livello globale.