L’industria tessile e la sostenibilità 

Lo scorso 6 dicembre Euratex, la confederazione europea dell’abbigliamento e dei tessuti che rappresenta gli interessi dell’industria tessile e dell’abbigliamento a livello delle istituzioni UE, ha presentato al direttore generale della DG Ambiente della Commissione europea delle  proposte preliminari per un nuovo piano d’azione per l’economia circolare per le catene del valore del tessile. La finalità di tale iniziativa è quella di garantire l’uso sostenibile delle risorse e affrontare l’ambiente urgente, sfide sociali ed economiche. 

Il testo presentato da Euratex è un piano strategico articolato in dodici punti, risultato di un’ampia consultazione tra i suoi membri, le associazioni nazionali e di settore e oltre 100 aziende europee e altre parti interessate. La produzione tessile e di abbigliamento è un pilastro essenziale dell’economia nelle regioni dell’UE. Le federazioni aderenti a Euratex rappresentano nell’UE circa 171.000 aziende con un fatturato di 178 miliardi di euro, impiegando 1,7 milioni di lavoratori. L’UE è il secondo maggiore esportatore mondiale di tessuti e abbigliamento con rispettivamente il 23% e il 28% delle vendite mondiali nel 2018. I prodotti tessili e di moda realizzati nell’UE sono eccezionali per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente, la sicurezza dei consumatori e i diritti dei lavoratori. L’industria tessile italiana è di gran lunga la più importante d’Europa, vale il 26-27% del totale. La filiera italiana è oggettivamente la locomotiva del tessile-abbigliamento europeo. 

La Confederazione ha un ambizioso programma per migliorare la crescita sostenibile dell’industria tessile e dell’abbigliamento europea, in linea con gli ambiziosi obiettivi della Commissione previsti negli orientamenti politici stabiliti dal presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.  

Il presidente di Euratex è Alberto Paccanelli, di recente nomina e amministratore delegato del gruppo Martinelli Ginetto. Intervistato dal  Sole24ore  prima della investitura ufficiale, Paccanelli ha dichiarato che i temi prioritari da affrontare per l’industria sono tre:  Il primo è la politica commerciale, che vuol dire soprattutto puntare a un free and fair trade. Il suo opposto, barriere, dazi, tariffe, squilibri, porta a una riduzione del commercio internazionale, lo dice la storia. Poi ci sono ricerca, innovazione e formazione: occorre sostenere la trasformazione digitale e l’industria 4.0, che consenta anche di riportare in Europa produzioni oggi delocalizzate in Paesi a basso costo della manodopera”. Il terzo tema è “ Sostenibilità ed economia circolare: oggi ne parlano tutti, noi dobbiamo passare ai fatti e farlo in fretta. Il tessile, dico per semplificare, è la nuova plastica: si sta già discutendo di imporre regole sullo smaltimento dei rifiuti tessili e sulla carbon foot print della nostra industria. Siamo favorevoli a una transizione verso un modello più sostenibile, ma Euratex deve fare in modo che questa transizione sia sostenibile anche per le aziende, specie le Pmi, che altrimenti rischiano di esserne travolte.  (https://www.ilsole24ore.com/art/paccagnani-presidente-euratex-italia-guida-dell-industria-tessile-ue-AC5VfVQ). 

Quest’ultimo aspetto è decisamente cogente per l’industria del tessile e dell’abbigliamento, considerata la seconda più inquinante al mondo dopo quella dell’oil & gas. Senza voler entrare nella discussione aperta se l’industria occupi effettivamente questa posizione, è un dato di fatto che le attività ad essa correlate siano molto inquinanti.  

Il 60% di tutti gli indumenti è prodotto nei paesi in via di sviluppo e da lì spedito attraverso trasporto marittimo, utilizzando navi mercantili molto inquinanti, le cui emissioni non sono regolamentate. Le emissioni di CO₂ sono calcolate sia durante la produzione dei capi di abbigliamento che nel corso del loro utilizzo da parte dei consumatori, quando li lavano. La somma totale è, in media, di in circa  1 tonnellata di CO2 per persona all’anno.  

La produzione di abbigliamento implica anche l’utilizzo di molta acqua durante l’intero processo. Questo inizia con la materia prima, visto che il 40% dei capi è realizzata in cotone. La pianta del cotone ha bisogno di molta acqua e per coltivare 1 kg di cotone ne sono necessari 10.000 litri. Non bisogna poi dimenticare l’utilizzo dell’acqua durante la fase di tinture. Il 17-20% dell’inquinamento idrico industriale deriva dalla tintura e dal trattamento dei tessuti. Nei Paesi dove la legislazione in materia non è particolarmente stringente, accade che l’acqua venga gettata nel fiume dopo l’uso senza essere trattata, con le conseguenze che si possono immaginare sull’intero ecosistema. Per tradurre in cifre il consumo d’acqua per capo di abbigliamento, è stato stimato che una maglietta in cotone richiede 2.700 litri di acqua e un paio di jeans da 8.000 litri (Fonte: The water footprint of food, by  A.J. Hoekstra) 

Non va dimenticato l’utilizzo dei pesticidi, usati in particolare nella coltivazione delle piante di cotone, che occupa il 2,4% di tutti i terreni agricoli e utilizza il 6% di tutti i pesticidi e il 16% di tutti gli insetticidi usati in tutto il mondo.  

Ci sono poi le dinamiche dei consumatori che negli acquisti, soprattutto nelle economie avanzate, hanno adottato una mentalità “usa e getta”. Ad esempio, secondo uno studio pubblicato da Wrap, nel Regno Unito, ogni capo viene indossato in media solo 7 volte. Ogni anno 300 milioni di chilogrammi di tessuto sono gettati e  il 6,5% degli indumenti non viene venduto, ovvero circa 21,5 milioni di capi di abbigliamento. Di questo ammontare, 1,2 milioni vengono distrutti senza mai essere indossati. Oltre allo spreco, non va dimenticato che i tessuti richiedono molto tempo prima di degradarsi.  (Fonte: http://www.wrap.org.uk/sustainable-textiles/valuing-our-clothes). 

Le dinamiche all’interno del settore sono quindi complesse e necessitano delle risposte politiche che siano articolate e, soprattutto, che pianifichino la transizione dell’industria verso un modello di maggior disponibilità.