Uno dei temi che ha dominato il 2019 nel campo della sostenibilità è senza dubbio quello della transizione: sempre più spesso si assiste ad una vera e propria “trasformazione” delle aziende e degli investimenti tradizionali, che si muovono verso una crescente attenzione e integrazione delle variabili di sostenibilità nel core business. Questo fenomeno è appunto definito come  “transition” e rappresenta uno degli aspetti più interessanti della grande rivoluzione sostenibile in atto.

Puntando all’obiettivo di un mondo completamente de-carbonizzato, gli sforzi dei settori “brown”, ovvero quelli piu’ inquinanti, in transizione verso basse emissioni di carbonio assumono infatti un ruolo essenziale e non possono affatto rimanere ai margini della scena.

Tante aziende in transizione

Per fare qualche esempio, due aziende simbolo del fenomeno transition sono la danese Orsted e l’italiana ERG, che hanno caratteristiche comuni: in passato avevano business collegati all’oil & gas, ma hanno dismesso le operazioni “brown” per passare alla produzione di energia completamente da fonti rinnovabili. Orsted è oggi leader mondiale nell’offshore wind, mentre ERG è la principale società italiana attiva nell’eolico e solare e un’espansione continua in altri Paesi europei. Entrambe hanno saputo spiegare in modo chiaro il punto di partenza e la direzione della loro trasformazione.

Il settore energetico è in effetti protagonista del fenomeno della transizione, coinvolgendo player sia nel comparto energy “puro”, naturalmente, che in quello delle utility. Il primo è dominato da società come Exxon Mobil, Chevron, BP e Royal Dutch Shell, che soffrono del progressivo allontanamento da fonti energetiche quali petrolio, gas e carbone, di cui sono produttori. Mentre ciò ha un impatto negativo sul settore, a trarne grande beneficio è il comparto delle utility, con importanti player quali NextEra Energy, Iberdrola ed Enel, che investono fortemente nelle rinnovabili e guidano la transizione.

Inoltre, anche settori come quello industriale e dei materiali traggono vantaggio dalla transizione energetica, fornendo prodotti e servizi che rendono possibili le attività ad essa collegate. I leader nella produzione di turbine eoliche, come Vestas Wind Systems, i fornitori globali di soluzioni di efficienza energetica, come Kingspan per i materiali da costruzione e Schneider Electric per le soluzioni di trasporto ed illuminazione, registrano una domanda crescente.

Questo ambizioso passaggio verso le rinnovabili si è realizzato grazie alla drastica riduzione dei costi dell’energia eolica e solare. I settori altamente inquinanti subiscono sempre più la pressione da parte delle autorità, poiché il costo delle emissioni di CO2 aumenta, incentivando il passaggio a soluzioni a basse emissioni.

Accanto al settore energetico, altri esempi rilevanti di transition si rintracciano nel settore alimentare. Tale industria incide in modo significativo sull’inquinamento e sull’erosione delle risorse: in Europa infatti l’agricoltura da sola è responsabile del 30% circa delle emissioni di gas serra e del 70% dello sfruttamento delle risorse idriche. Da anni il settore delle produzioni biologiche, sostenuto dalla crescente domanda di fonti di nutrimento sane, tenta di offrire un’alternativa a questo modello. Produrre cibo biologico consente di abbattere significativamente l’inquinamento: le emissioni di CO2 per ettaro di cibo biologico sono più basse di quelle dei sistemi di coltivazione tradizionale in una percentuale compresa fra il 48% e il 66%. Con queste premesse, è quasi inevitabile che il comparto dell’organic cresca a vista d’occhio: basti pensare che le vendite globali hanno superato i $100 miliardi nel 2018.

Fra chi ha già portato a termine un percorso di transizione c’è Wessanen, multinazionale olandese fondata nel 1765 che, proprio grazie ad una trasformazione dall’industria alimentare tradizionale verso il biologico, ha messo a segno una crescita straordinaria. Fra i marchi di Wessanen c’è ad esempio l’italiana IsolaBio, operante nel settore dei succhi naturali. Quasi la totalità dei prodotti offerti rispetta i criteri del commercio equo-solidale, utilizza energia verde al 100% e adotta un sistema idrico a ciclo completo che azzera gli sprechi. Tutto ciò le ha permesso di diventare una delle principali “B Corporation®” in Europa. Invece tra le aziende più tradizionali che hanno intrapreso un percorso di transizione serio verso la sostenibilità c’è Danone, primo player globale nei prodotti a base vegetale grazie all’acquisizione nel 2016 di WhiteWave, società americana produttrice di organic food. Attualmente il 7% dei ricavi della multinazionale francese proviene dal business legato a prodotti di origine vegetale: entro il 2025, però, ci si aspetta che questo dato cresca fino a raggiungere il 25%.

Infine, un altro caso rilevante di transizione è quello del comparto del packaging. A richiedere imballaggi più sostenibili sono proprio i consumatori finali, molto attenti oggi al packaging in quanto lo ritengono un elemento fondamentale nel processo di acquisto. Grazie a questa consapevolezza, sono in grado di influenzare le strategie commerciali, spingendo le società ad evolversi e quindi ad investire nella cosiddetta “packaging transition”.

Tra le imprese che si stanno muovendo in maniera più efficiente verso una produzione di materiali più sostenibili per i confezionati rintracciamo Smurfit Kappa Group, azienda europea e leader a livello mondiale nell’industria del packaging a base di carta. È attiva in 35 paesi, annovera 350 siti di produzione e 46.000 dipendenti in Europa e nelle Americhe. Ha adottato un modello di business circolare, dall’utilizzo di materie prime 100% riciclabili fino al prodotto finale, progettato in modo da consentire ai suoi clienti di ridurre l’impatto ambientale delle loro attività.

Anche un colosso come Unilever ha la sua storia da raccontare in questo campo: la multinazionale olandese-britannica, titolare di 400 marchi tra i più diffusi nel campo dell’alimentazione, bevande, prodotti per l’igiene e per la casa, consapevole del proprio impatto in termini di imballaggi, ha deciso di investire già da diversi anni in tecnologie che consentano di rendere il suo packaging più riciclabile grazie a componenti maggiori di materiale riciclato. Questi investimenti sono fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi ambiziosi e concreti che la società ha annunciato ultimamente: entro il 2025, tutte le confezioni dei prodotti Unilever presenti nel mondo saranno completamente riutilizzabili, riciclabili o compostabili e il 25% degli imballaggi in plastica sarà convertito in materiali riciclati.

Alla luce del fatto che non è sempre possibile fare a meno del packaging, diventa ancora più evidente l’importanza che può rivestire questo comparto in una transizione verso modelli più sostenibili: è innegabile che questo settore sia uno tra i maggiori produttori di rifiuti, soprattutto negli ultimi anni con la crescita delle vendite online.

Un fenomeno in crescita, ma attenzione al greenwashing

Da quanto detto finora, sembra proprio che la Transition stia conquistando il mondo corporate, tramutando in realtà la svolta sostenibile dei comparti “brown”. Ma è proprio tutto rose e fiori?

È importante monitorare con attenzione le azioni e le dichiarazioni da parte delle aziende in ambito sostenibilità, cercando di capire se (e come) le aziende appartenenti a settori inquinanti vogliono diventare green. A fronte di tempistiche particolarmente dilatate o di impegni molto generali, il rischio di greenwashing potrebbe rivelarsi in effetti concreto.

Ad esempio, bisogna considerare che il mercato della finanza sostenibile non ha ancora trovato una definizione generalmente accettata per lo strumento che le aziende possono utilizzare per finanziare i loro piani di transizione, ovvero il transition bond: in verità, essi sono difatti emessi con una serie di nomi diversi. Visto che gli standard di mercato non si sono ancora affermati, la sfida principale nell’emissione di obbligazioni di transizione consiste nella credibilità e nell’accettazione da parte dei vari operatori, che presentano ancora pareri spesso discordanti.

Sebbene i transition bond siano complessi da interpretare, si rivelano fondamentali per la riduzione dell’inquinamento: ecco perché affidarsi ad attori esperti in materia è essenziale per evitare investimenti che potrebbero causare più danni che benefici. Bisogna infatti evitare del tutto il rischio di un significativo greenwashing, provocato dalla mancanza di trasparenza o di accountability da parte delle aziende. Per fare ciò, diventa indispensabile per chi si occupa di sostenibilità come noi lavorare con le aziende anche prima dell’emissione di bond, per verificare i risvolti positivi attesi e per persuadere le aziende stesse a puntare ancora più in alto. Da supportare sono infatti le grandi aziende che si muovono attivamente in direzione di una transizione seria, sostenibile e che prendono decisioni da cui trarrà beneficio in senso più ampio tutta la società.

Resta però fondamentale che gli investitori responsabili possano affiancare alle società “puramente” green e a quelle che hanno compiuto con successo la transizione, le aziende che oggi stanno compiendo i primi passi di questo percorso e saranno potenzialmente leader in futuro. Bisogna compiere un’attenta analisi degli obiettivi dichiarati e dei risultati raggiunti da tali aziende per mantenere una forte coerenza rispetto alla connotazione di sostenibilità del portafoglio.

Contributo a cura di

Daniele Cat Berro

Investment Associate

MainStreet Partners