Quanti posti di lavoro vengono attualmente cancellati dalle innovazioni tecnologiche in corso? È difficile stabilirlo con certezza ma diversi studi a livello globale hanno provato a stimarlo.  Il World Economic Forum parla di una perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro entro il 2020, compensata da un guadagno di due milioni di posti di lavoro nuovi. Quindi, il saldo negativo è di cinque milioni di posti in meno entro i prossimi tre anni.

Lo scenario è stato elaborato sulla base di un’analisi sulle aziende delle 15 principali economie (fra cui Cina, India, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Messico e Usa) che rappresentano il 65% della forza lavoro mondiale. Pertanto si è coniato il termine “quarta rivoluzione industriale” per intendere che le innovazioni crescenti nei campi della robotica, della nanotecnologia, della stampa 3D e della biotecnologia, porteranno in quasi tutti i settori produttivi alla trasformazione del modo di lavorare. Alcune occupazioni spariranno, altre cambieranno, altre se ne aggiungeranno.

Tale trasformazione non avverrà all’improvviso ma sarà un processo graduale di medio-lungo termine, maggiormente accelerato nei paesi con alto tasso di innovazione e legislazione sul lavoro flessibile. Interesserà soprattutto aziende di medio-grandi dimensioni, capaci di investire capitali in processi di ricerca e sviluppo volti ad implementare la produttività.

Una transizione che inizia a essere già evidente in alcuni settori da tempo interessati dall’automazione, come quello turistico dove l’innovazione tecnologica e l’office automation hanno determinato la razionalizzazione di alcune procedure, che hanno portato alla sparizione di alcune figure professionali e alla esternalizzazione di processi, grazie allo spostamento di una parte consistente di ricavi sul segmento turistico nella rete. E l’ultimo rapporto McKinsey, A Future That Works: Automation, Employment, and Productivity, lo conferma: quasi la metà (il 49%) dei lavori svolti oggi nel mondo da persone fisiche potranno essere automatizzati. Anche in Italia, dove il tasso di sostituzione si aggirerebbe tra il 49 e il 51 per cento. Significa che più della metà dei lavoratori italiani, circa 11 milioni di persone, potrebbero essere sostituiti da una macchina nei prossimi anni.

Dunque, nella futura organizzazione del lavoro sarà essenziale la capacità di attrarre e mantenere le figure chiave per le aziende, valorizzando la forza lavoro già esistente e formandola per accogliere la trasformazione digitare attraverso l’acquisizione di competenze specifiche e tramite percorsi di formazione continua. Le nuove modalità operative richiederanno minore manualità e maggiore capacità di astrazione e creatività, richiedendo maggiore attitudine al lavoro di squadra e lo sviluppo di soft skills. Competenze trasversali, rapidità, sintesi e incisività nell’aggiornamento continuo, creeranno una mobilità orizzontale nelle strutture, riducendo la verticalizzazione e specializzazione.  Nasceranno nuove e più complesse attività, necessarie per consentire all’uomo di collaborare con le macchine e che richiederanno, necessariamente non solo l’acquisizione di competenze adeguate ma anche rapidità e capacità di adattamento di quelle esistenti per misurarsi con attività di diverso contenuto e per rispondere meglio alle necessità di rinnovamento dell’organizzazione.