La ricerca sociale cioè lo studio, tramite raccolta e interpretazione di dati, delle attitudini e dei comportamenti umani in determinati contesti, è in continua evoluzione dagli anni 2000 grazie ai nuovi strumenti tecnologici a disposizione per effettuare sondaggi di opinione e ricerche di marketing.

Fino ai primi anni 2000, le società affidavano ad agenzie esterne specializzate il compito di produrre dei report e delle ricerche che permettessero di capire come gli utenti interagivano con i prodotti sul mercato e quali potessero essere i prodotti richiesti. Oggi, grazie a social network come Facebook, Twitter e Instagram, sempre più aziende possono raggiungere i propri consumatori, segmentarli per target e capire le loro abitudini di consumo internalizzando il processo di raccolta ed elaborazione dati. Inoltre, numerosi studi della Pew Research hanno dimostrato che gli utenti sono maggiormente a proprio agio nel condividere informazioni di consumo sui social piuttosto che in survey online, focus group, laboratori o interviste telefoniche; metodi maggiormente utilizzati per la ricerca sociale.

I Social Media rappresentano dunque uno strumento privilegiato di comunicazione per i Brand e le aziende che stanno allocando una consistente parte di budget nella social media advertising. Nel 2015, il budget dedicato alla pubblicità sui social a livello mondiale è stato pari a 25.14 miliardi di dollari statunitensi ed è destinato a crescere a 41 miliardi di dollari statunitensi nel 2017 secondo quanto riportato da Emarketer. Diventa vitale comprendere se la propria strategia stia funzionando e come si può ottimizzare al massimo tale investimento misurando l’impatto delle campagne social.

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In questo scenario si inserisce Pay Per Selfie, startup fondata a settembre 2015 a Chicago, per ora attiva solo in Nord America, e nominata tra le Top Startup to Watch in 2016. La piattaforma, in formato app, paga gli users per scattarsi dei selfie mentre usano determinati prodotti. La novità? Questa app non si rivolge ai brand ambassador o influencer ma alle persone comuni che possono così sfruttare il proprio narcisismo digitale per guadagnare divertendosi. Le aziende incaricano gli utenti di fotografarsi mentre svolgono una determinata operazione relativa al loro prodotto e, dopo aver analizzato la qualità delle foto, pagano da 20 centesimi a un dollaro ogni richiesta completata correttamente. Gli utenti possono scattarsi un solo selfie per compito e, solo dopo aver raggiunto un massimale 20 dollari di credito, possono incassare il denaro guadagnato, incentivando l’uso ripetuto della applicazione. Così si permette ai brand di collezionare informazioni sui consumatori non altrimenti reperibili, permettendo di comprendere i rituali dei consumatori e sviluppare soltanto alcune linee di prodotti. I selfie sono un buon modo per le aziende di ottenere una comprensione reale dei meccanismi di consumo ed informazioni che le persone non vogliono o non possono fornire nei focus group in quanto, non richiedendo agli utenti di condividere pubblicamente i loro selfie con altri utenti o social, catturano momenti “autentici” e quotidiani di utilizzo. I risultati per le aziende sono interessanti e, spesso, inattesi. Pay per Selfie riporta in particolare due case studies.

Freshii, una catena di cibi sani fast food, ha chiesto agli utenti di scattarsi una foto con i gli snack preferiti da mangiare per strada, aspettandosi di riscontrare un maggior consumo di frullati e barrette di quinoa. Hanno invece ricevuto maggiormente foto di barrette di cioccolato vegan, non in linea con quanto la società si aspettava. Crest, un brand di dentifrici di P&G, ha scoperto che gli utenti di Pay Your Selfie si lavano i denti tra le 16 e le 18. Con questa informazione, la società ha potuto modificare le sue campagne di online advertising e veicolarle nell’orario di “punta” sia sui social che sui media, ottimizzando la propria strategia di marketing.

Dunque maggiori dati che permettono di capire meglio i propri target di clientela e raccogliere ulteriori informazioni oltre a quelle demografiche su prodotti preferiti, lifestyle e trend di consumo. Inoltre, tramite la popolare geolocalizzazione, le aziende possono identificare quali sono i quartieri dove esiste maggior domanda dei loro prodotti per aprire nuovi punti vendita o modificare i canali di distribuzione.