Intervista a Riccarda Mandrini, giornalista ed Editor di www.artmarket-magazine.com 

 

Parliamo di arte africana contemporanea, le chiederemmo un commento sui trend molto forti di crescita. 

Il bacino di mercato dell’arte africana è l’Occidente, L’Europa e gli Stati Uniti. Con l’Europa, che dell’Africa è stata colonizzatrice c’è un legame culturale stretto. La conferma viene dai galleristi che frequentano le fiere dedicate all’arte Africana: 1:54, Cape Town Art Fair, AKAA.  1.54 con le sue due edizioni – una a Londra e una a New York – è stata lo starting point del mercato dell’arte Africana su larga scala, prima era un mercato più segmentato, dipendeva esclusivamente dalle scelte individuali dei galleristi proporre o meno gli autori africani nelle fiere internazionali.
Tra le gallerie pionieristiche nel proporre l’arte africana, October Gallery, fondata a Londra nel 1979.   La galleria ha esposto l’arte africana contemporanea con un tale anticipo, che appariva quasi snobistico. Tra i suoi artisti storici, El Anatsui (Ghana, 1944), l’artista africano dei record d’asta, quindi Ablade Glover (Ghana, 1934), Rachid Koraichi (Algeria, 1947), Romuald Hazoumé (Benin, 1962), autori che da anni trainano il mercato dell’arte.

Oggi nei confronti dell’arte africana c’è confidenza soprattutto dal punto di vista del mercato e del collezionismo con il quale si è creato un dialogo aperto e costruttivo. Tempo fa l’architetto Diébédo Francis Kéré, originario del Burkina Faso, al quale è stato commissionato il Serpentine Pavilion 2017, mi spiegava che la cultura africana è narrativa, è fatta di storie. La capacità degli artisti africani di narrare è diretta e coinvolgente. Piace. Gli esempi sono molti, Tracy Rose, Kipwani Kiwanga, Joel Andranomearisoa, Soly Cissé, ma sono solo alcuni.   Il numero delle gallerie in Africa, sia nel Nord Africa, che nell’Africa Sub-Sahariana è in decisa crescita. Art Twenty One a Lagos, la Galerie Cécile Fakhoury di Abidjan in Costa d’Avorio, Addis Fine Art di Addis Ababa, ArtLabAfrica,a Nairobi, sono diventate un punto di riferimento non solo per il mercato internazionale, ma per i curatori dei musei.
Sempre in termini di affermazione del trend, il riferimento alle case d’asta è imprescindibile. Bonhams, Sotheby’s vantano un dipartimento specifico. In Africa vi è Arthouse Contemporary fondata dalla collezionista Kavita Chellaram

Quali sono gli artisti che trainano i risultati positivi del segmento?

Tra i contemporanei il più quotato, sul primo mercato e anche in asta, El Anatsui (Ghana, 1944). Le sue opere sono state presentate a Venezia sin dall’inizio degli anni ’90. La Biennale di Venezia gli ha conferito un Leone d’Oro alla Carriera. Le sue sculture sono note come ‘bottle – top installation’. Esse sono realizzate con i tappi di metallo delle bottiglie che si trovano per terra nelle città africane. I tappi vengono schiacciati e messi insieme per formare grandi arazzi che sono noti anche come ‘la seconda pelle della terra’.

Un top artista è Abdulaye Konaté (Mali, 1953) che sarà presente alla Biennale di Venezia di quest’anno. Quindi l’artista del Benin Meschac Gaba (1961). Nel 2013 la Tate gli ha reso omaggio con una personale titolata “Museum of African Art”, dove Gaba tracciava la storia di ‘un modello’ di arte africana. Un progetto in cui l’artista interrogava se stesso e il pubblico riguardo ‘cos’è l’arte Africana’.

In contemporanea con il “Museum” di Gaba, la Tate proponeva una retrospettiva dedicata a Ibrahim El Salahi, pittore sudanese, classe 1930, maestro della pittura colta, chic.  Ai tempi della mostra alla Tate, fu definito ‘A Visionary Modernist’, difficile immaginare qualcosa di più giusto riferito al suo lavoro.

Poi William Kentridge, che in Italia è stato ospite di vari musei, tra cui il Castello di Rivoli. Kentridge aveva fatto il suo debutto internazionale proprio alla Biennale di Venezia, la prima affidata alla cura di Harald Szeeman. E ancora, Yinka Shonibare (1962) nato a Londra, autore tra i più ‘Africani’ degli artisti della Black-British Generation. Shonibare lavora sul concetto di double consciousness, le sue opere sono spesso un tremendo j’accuse rivolto alla storia nei confronti dell’Africa, della schiavitù, ma al tempo stesso sono caratterizzati da un’estetica potente.  Pascale Marthine Tayou rappresentato da Galleria Continua

Tra le signore, Marlene Dumas (1953), sudafricana. Ghada Amer (Il Cairo 1963). Il suo medium è il tessuto –voile su cui Amer ricama scene di vita quotidiana durissima, spesso legate alla condizione femminile.

Si possono intravedere correnti distintive?

Se parliamo di arte contemporanea i trend non sono propriamente gestibili da un punto di vista della collocazione storica artistica, gli artisti lavorano molto in maniera individuale. Questo data l’assenza nel continente di un sistema dell’arte, quindi di curatori e musei capaci di raccogliere il lavoro degli artisti in modo organico e preciso sul modello di quello occidentale.
In alcuni paesi, però, si sono sviluppate delle correnti artistiche di rilievo, comunque ‘locali’.  Non va dimenticato che l’Africa è un paese con 54 stati, con storie, culture e religioni molto diverse. Il successo di numerosi trend d’arte africana dipende ancora dalle sottolineature che ne fa l’Occidente, soprattutto l’Europa. Un esempio emblematico è “La Popular Art” praticata da un gruppo di artisti congolesi di Kinshasa.
Alla Fine del 2015 la Fondation Cartier di Parigi con Beauté Congo 1926-2015 ha dedicato alla “Popular Art”. La scuola della “Popular Art” ha radici culturali profonde, nasceva nei primi decenni degli anni ’20 del ‘900, quando il Congo era una colonia belga e la pittura su tela era una pratica d’importazione europea. Gli autori contemporanei di riferimento sono Chéri Samba (1956) Chéri Benga (1957), Chéri Chérin (1955), Maory Prince (1962) JP-Mika (1980) e sono rappresenti dalla galleria 1242southeast delle Mauritius. Gli artisti della “Popular Art” ieri come oggi dipingono per lo più per strada con i loro cavalletti, le loro tele nelle vie di Kinshasa e rappresentano la vita quotidiana cittadina.
Ancora una tendenza solida è quella del textile, praticata dagli artisti del Mali, quindi il lavoro di Abdulaye Konaté, ormai tra gli artisti più quotati sul primo mercato. (prezzo € 20.000 – 100.00)

Courtesy: Primo Marella Gallery Milano, Photo: Francesca Fattori

 

Una corrente che sta avendo successo, meno in Italia, ma molto a livello internazionale è legata alla pratica della ‘calligrafia’. La ‘calligrafia’ è classificata come una forma di arte colta, è amatissima nella cultura araba e islamica. Nel Moderno, due i maestri, Nja Mahdaoui (Tunisia, 1937) e Rachid Koraichi (Algeria, 1947). In ambito contemporaneo l’eredità della cultura calligrafica ha uno eccezionale interprete, l’artista franco-tunisino eL Seed (1981) rappresentato dalla galleria Patricia Armocida di Milano.

Quali sono stati i risultati d’asta più significativi?

In testa alla top ten ci sono due artiste donne. Julie Meheretu (Etiopia, 1970) da Christies, 2013, Retopistics è passato di mano a $ 4.603.750; Marlene Dumas, Red Head è stato pagato $ 3.250.000 a New York da Sotheby’s lo scorso anno. Segue El Anatsui. Il prezzo di acquisizione per Path of the Okro Farm è stato di $ 1,4 milioni di $. Tra i top lot, il dipinto del maestro moderno Said Mahmoud (Egitto,1897-1964), Les Chadoufs, venduto a $ 1.476.000 da Christie’s a Dubai.

 

Esistono musei privati o grandi collezioni private di arte africana?

L’arte africana è da decenni parte delle grandi collezioni private internazionali. La collezione di Mr. Robert Devereux, quella di Mr. Sindika Dokolo. The Walther Collection. La Fondation Cartier, così come la Fondation Louis Vuitton di Parigi hanno una ampia selezione di opere di artisti Africani. A Settembre a Cape Town inaugurerà lo Zeitz Mocaa, Museum of Contemporary African Art, un museo privato voluto dall’imprenditore e collezionista Jochen Zeitz.

Potremo considerare un permanere di questo trend nei prossimi anni? O c’è il rischio che sia un buzz passeggero?

Che occuparsi e parlare di arte Africana oggi sia un fatto di moda è innegabile. Ma chi opera seriamente nell’ambito del mercato dell’arte moderno e contemporaneo sa benissimo che l’arte Africana ha un suo spazio ben definito da circa un ventennio e oggi è consolidato. Certo, le fiere 1:54 e Cape Town Art Fair sono state determinati nel accentuare il focus sull’arte Africana.

Quello dell’arte Africana non è un buzz. Le grandi istituzioni museali internazionali si stanno attrezzando per creare delle vere e proprie collezioni di arte Africana non solo contemporanea, ma moderna, di cui vi è una totale assenza di documentazione storica scritta. Il museo di Sharjah e Sharjah Art Foundation (UAE) hanno prodotto due rassegne dedicate alla modernità Africana, rispettivamente, Surrealism in Egypt, e The Khartoum School: The Making of the Modern Art Movement in Sudan (1945 – present). Questo è il modo giusto di occuparsi di arte Africana, documentandone la storia e comunicandola.
A Venezia nei giorni della preview della Biennale si terrà un symposium – African Art in Venice. Forum – tra i vari argomenti in discussione è previsto un incontro dedicato alla presenza dell’arte Africana nei musei internazionali. Karen Milbourne, curatore al National Museum of African Art Smithsonian Institute, introduce l’argomento in un panel titolato “Rebranding African Art in Western Museums”. Il Forum sarà aperto dal direttore della National Gallery dello Zimbabwe, che parlerà di “African Cultures”. Questo è il punto da cui partire, la cultura e l’arte Africana di oggi, riflessa nel suo contesto storico.   Moltissimi, anche a livello accademico, sono rimasti legati ai modelli amati da Picasso e dai Cubisti, ma la storia è andata avanti. La Biennale di Venezia, come già riferito, ha avuto ruolo determinante in questo senso. L’Africa alla prossima Biennale sarà presente con sei artisti e otto Padiglioni Nazionali.

Quest’anno, per la prima volta nella storia, alla Biennale di Venezia inaugura il Padiglione della Nigeria. Il tema sul quale lavoreranno gli artisti è “How about NOW?” e vedremo le opere del pittore Vicor Ehikhamenor, dello scultore Perù Alatise e del performance artist, Qudus Onikeku.