Il nostro Paese risulta essere il secondo più grande esportatore d’Europa, primo al mondo per tasso di crescita se guardiamo l’industria farmaceutica e biomedicale. L’Italia è la patria delle più sofisticate tecnologie in ambito aerospace, terzo paese al mondo a lanciare un satellite in orbita. Il circuito Borsa Italiana ha registrato nel passato triennio un trend di significativa espansione sia in termini di società quotate sia in termini di market cap. Il governo, tralasciando le posizioni politiche, ha introdotto vantaggi fiscali per incentivare gli investimenti, l’innovazione e le IPO. L’introduzione dei PIR prevede la raccolta di 70 miliardi di Euro entro i prossimi 5 anni di cui un terzo almeno da canalizzare verso le piccole medie imprese. I tassi di interesse non sono mai stati così bassi. Il capitale è sovrabbondante e non più elemento di vantaggio competitivo. Seppur l’Italia sia ancora il paese più bancocentrico se comparato a Francia, Germania, UK, gli imprenditori italiani hanno finalmente compreso la necessità di aprire il capitale per finanziare la crescita, passaggio culturale necessario per beneficiare della velocità con cui l’innovazione crea e distruggere in maniera dirompente i paradigmi di business tradizionali.

Alla luce di quanto sopra tale domanda di capitale trova riscontro nella perdurante liquidità finanziaria concentrata in investitori privati (HNWI) che, anche secondo The UBS Global Family Office Report 2017, hanno mutato il loro appetito di rischio per cercare quei ritorni che la finanza tradizionale, tipicamente soggetta ad influenze macro economiche e politiche, fatica a dare. L’effetto è uno shift evidente verso asset alternativi, illiquidi, con rapporto rischio-rendimento più elevato, orientati alla creazione di valore sull’economia reale e con orizzonti temporali più lunghi, in grado di anestetizzare gli effetti speculativi di breve. Il riferimento è agli investimenti diretti attraverso club deal che rappresentano il presente ed il futuro del private equity. Al contrario dei fondi tradizionali in cui l’investitore alloca capitale con la sicurezza di un costo di gestione ma con l’incertezza relativamente a dove questo sarà investito, i club deal vengono proposti con grande flessibilità in modo che gli investitori possano scegliere di parteciparvi o meno in base alle proprie disponibilità e a quanto credono nel progetto, sostenendo una fee solo quando il capitale viene effettivamente investito. La sofisticata gestione delle società partecipate, inoltre, è demandata ai manager dei club deal, in maniera assimilabile all’attività di una SGR. Infine, le tecnicalità di investimento possono essere costruite ad hoc sulla base dell’esigenza (senza rigidità verso ad esempio aumenti di capitale, acquisizione di azioni con o senza leva o forme di debito privato convertibile e mezzanino, minoranze o maggioranze) e spesso non è prevista esplicitamente una data di exit che può quindi avvenire nel momento migliore per cogliere le opportunità offerte dal mercato. Guardando alle aziende target, queste accedono a soluzioni di funding totalmente sartoriali in modo così da beneficiare di un unico interlocutore professionale con cui interfacciarsi. Esse si dotano di smart money in quanto i soci del club sono incentivati a contribuire alla gestione delle partecipate mettendo a fattor comune opportunità di business utili alla valorizzazione massima dell’investimento.

In Italia è stato probabilmente Giovanni Tamburi all’inizio degli anni 2000 a sperimentare per primo la formula del club deal coinvolgendo con grande successo numerose famiglie di facoltosi imprenditori e professionisti in iniziative specifiche. Negli ultimi anni i sindacati di investimento stanno assumendo sempre più rilevanza nel nostro Paese attraendo anche l’attenzione di operatori internazionali, in particolare dei multi family office, focalizzati proprio in operazioni di crescita mediante club deal proposti a famiglie altamente patrimonializzate su scala internazionale. Tali multi family office sopperiscono alla carenza di operatori specializzati in operazioni di capitale spesso paziente, flessibile e di minoranza e rappresentano una soluzione ideale per quelle aziende che devono ancora sprigionare potenziale prima di orientarsi al mercato e non ancora pronte a recepire le logiche più rigide dei private equity ma già in grado di sovra performare in termini sia di IRR sia di capacità di arrivare all’exit.

 

Contributo a cura dell’Associato Mattia Rossi – Cherry Bay Capital Multi Family Office